27) Machiavelli. I danni della presenza della Chiesa cattolica per
l'Italia.
Dopo aver ricordato l'importanza della religione per la politica
(come instrumentum regni), Machiavelli enumera due conseguenze
negative della presenza della Chiesa cattolica in Italia: la prima
 il cattivo esempio della corte pontificia, la seconda  che i
papi non hanno mai avuto la forza sufficiente per unificare
l'Italia, ma hanno impedito che qualche altro principe italiano la
facesse. Cos l'Italia divisa  diventata preda dei barbari.
Questo giudizio di Machiavelli ha suscitato grandi polemiche,
soprattutto negli anni del Risorgimento. Fra le voci autorevoli in
direzione opposta ricordiamo quella di Ludovico Antonio Muratori,
secondo il quale senza il papato nel Medioevo l'Italia sarebbe
stata divisa in due provincie, tedesca al nord e araba al sud.
N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, primo,
capitolo dodicesimo.

Quelli prncipi o quelle repubbliche le quali si vogliono
mantenere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a mantenere
incorrotte le cerimonie della loro religione, e tenerle sempre
nella loro venerazione; perch nessuno maggiore indizio si puote
avere della rovina d'una provincia, che vedere dispregiato il
culto divino. Questo  facile a intendere, conosciuto che si  in
su che sia fondata la religione dove l'uomo  nato; perch ogni
religione ha il fondamento della vita sua in su qualche principale
ordine suo. La vita della religione gentile era fondata sopra i
responsi degli oracoli e sopra la stta degli indovini e degli
aruspici: tutte le altre loro cerimonie, sacrifici e riti,
dependevano da queste; perch loro facilmente credevono che quello
Iddio che ti poteva predire il tuo futuro bene o il tuo futuro
male, te lo potessi ancora concedere. Di qui nascevano i templi,
di qui i sacrifici, di qui le supplicazioni ed ogni altra
cerimonia in venerarli: per che l'oracolo di Delo, il tempio di
Giove Ammone ed altri celebri oracoli i quali riempivano il mondo
di ammirazione e divozione. Come costoro cominciarono dipoi a
parlare a modo de' potenti, e che questa falsit si fu scoperta
ne' popoli, diventarono gli uomini increduli ed atti a perturbare
ogni ordine buono. Debbono adunque i prncipi d'una republica o
d'uno regno, i fondamenti della religione che loro tengono,
mantenergli; e fatto questo, sar loro facil cosa mantenere la
loro repubblica religiosa, e per conseguente buona e unita. E
debbono tutte le cose che nascono in favore di quella, come che le
giudicassono false, favorirle e accrescerle; e tanto pi lo
debbono fare quanto pi prudenti sono, e quanto pi conoscitori
delle cose naturali. E perch questo modo  stato osservato dagli
uomini savi, ne  nato l'opinione dei miracoli che si celebrano
nelle religioni eziandio false; perch i prudenti gli augumentano,
da qualunque principio e' si nascano, e l'autorit loro d poi a
quelli fede appresso a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma
assai, intra i quali fu che saccheggiando i soldati romani la
citt de' Veienti, alcuni di loro entrarono nel tempio di Giunone,
ed accostandosi alla immagine di quella e dicendole  Vis venire
Romam? , parve a alcuno vedere che la accennasse, a alcuno altro
che la dicesse di s. Perch sendo quegli uomini ripieni di
religione (il che dimostra Tito Livio, perch nello entrare nel
tempio vi entrarono sanza tumulto, tutti devoti e pieni di
riverenza), parve loro udire quella risposta che alla domanda loro
per avventura si avevano presupposta; la quale opinione e
credulit da Cammillo e dagli altri prncipi della citt fu al
tutto favorita ed accresciuta. La quale religione se ne' prncipi
della repubblica cristiana si fusse mantenuta secondo che dal
datore d'essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le repubbliche
cristiane pi unite, pi felici assai che le non sono. N si pu
fare altra maggiore coniettura della declinazione d'essa, quanto 
vedere come quelli popoli che sono pi propinqui alla Chiesa
romana, capo della religione nostra, hanno meno religione. E chi
considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l'uso presente quanto 
diverso da quelli, giudicherebbe essere propinquo sanza dubbio o
la rovina o il fragello.
E perch molti sono d'opinione che il bene essere delle citt
d'Italia nasca dalla Chiesa romana, voglio contro a essa
discorrere quelle ragioni che mi occorono, e ne allegher due
potentissime ragioni le quali secondo me non hanno repugnanzia. La
prima  che per gli esempli rei di quella corte questa provincia
ha perduto ogni divozione e ogni religione; il che si tira dietro
infiniti inconvenienti e infiniti disordini: perch cos come dove
 religione si presuppone ogni bene, cos dove quella manca si
presuppone il contrario. Abbiamo adunque con la Chiesa e con i
preti noi Italiani questo primo obligo: di essere diventati sanza
religione e cattivi: ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale 
la seconda cagione della rovina nostra: questo  che la Chiesa ha
tenuto e tiene questo provincia divisa. E veramente alcuna
provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla
ubbidienza d'una republica o d'uno principe, come  avvenuto alla
Francia ed alla Spagna. E la cagione che la Italia non sia in quel
medesimo termine, n abbia anch'ella o una republica o uno
principe che la governi,  solamente la Chiesa: perch avendovi
quella abitato e tenuto imperio temporale, non  stata s potente
n di tanta virt che l'abbia potuto occupare la tirannide
d'Italia e farsene principe, e non  stata, dall'altra parte, s
debole che per paura di non perdere il dominio delle sue cose
temporali la non abbia potuto convocare uno potente che la difenda
contro a quello che in Italia fusse diventato troppo potente: come
si  veduto anticamente per assai esperienze, quando mediante
Carlo Magno la ne cacci i Longobardi ch'erano gi quasi re di
tutta Italia; e quando ne' tempi nostri ella tolse la potenza a'
Viniziani con l'aiuto di Francia; dipoi ne cacci i Franciosi con
l'aiuto de' Svizzeri. Non essendo adunque stata la Chiesa potente
da potere occupare la Italia, n avendo permesso che un altro la
occupi,  stata cagione che la non  potuta venire sotto uno capo,
ma  stata sotto pi prncipi e signori, da' quali  nata tanta
disunione e tanta debolezza che la si  condotta a essere stata
preda, non solamente de' barbari potenti, ma di qualunque
l'assalta. Di che noi altri Italiani abbiamo obligo con la Chiesa,
e non con altri. E chi ne volesse per esperienza certa vedere pi
pronta la verit, bisognerebbe che fusse di tanta potenza che
mandasse ad abitare la corte romana, con l'autorit che l'ha in
Italia, in le terre de' Svizzeri, i quali oggi sono solo popoli
che vivono, e quanto alla religione e quanto agli ordini militari,
secondo gli antichi; e vedrebbe che in poco tempo farebbero pi
disordine in quella provincia i rei costumi di quella corte che
qualunque altro accidente che in qualunque tempo vi potesse
surgere.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
decimo, pagine 381-383.
